Elias Sahl · Antefatto
Garrik Thorne correva.
Non per vincere una battaglia. Non per raggiungere un nemico né per arrivare prima degli altri al letto caldo di una donna troppo giovane per la sua età e troppo furba per le sue bugie.
Correva perché cercava di salvare la propria vita.
Aveva quarantasette anni, una spada ancora in mano, tre costole incrinate, un taglio aperto sopra l’occhio destro e la bocca piena del sapore metallico del sangue. Il fianco sinistro gli bruciava a ogni respiro. La gamba destra rispondeva in ritardo. Il braccio con cui reggeva la lama era intorpidito fino al gomito.
Ma correva.
Tra il fumo e le urla.
Tra le case sventrate e in fiamme di Valdombra, dove quella mattina le galline beccavano tranquille nel fango e le donne del forno discutevano sul prezzo della farina.
Ora il forno bruciava.
Una donna era riversa sulla soglia, piegata in un modo che nessun corpo avrebbe dovuto conoscere. Un uomo senza mandibola si trascinava lungo la strada con entrambe le mani. Un cavallo correva in cerchio nella piazza, il ventre aperto, inciampando nelle proprie interiora.
Garrik non si fermò.
Dietro di lui, qualcosa raschiò contro i ciottoli.
Uno strascicare secco.
Poi un altro.
Non si voltò.
Il vicolo dei tintori era davanti a lui. Stretto. Scuro. Pieno di fumo. Se riusciva a superarlo, avrebbe raggiunto la strada del canale oltre il quale c’era il ponte vecchio e da lì avrebbe raggiunto il boschetto dei salici. E nel boschetto dei salici lo aspettavano due cavalli legati lontano dagli occhi di tutti.
La sua piccola garanzia di fuga.
Nessuno sapeva dei cavalli.
Non i suoi uomini.
Non i dieci maghi di prima classe che li avevano accompagnati in quella sciagurata missione.
Tanto meno il funzionario con i guanti di velluto che gli aveva consegnato l’incarico tre settimane prima.
Garrik Thorne non era sopravvissuto a trent’anni di guerre, cacce e cattivi affari perché diceva tutta la verità alle persone che pagavano per comprarlo.
Scivolò su qualcosa di molle.
Il piede gli partì di lato. Sbatté contro il muro di una casa con la spalla e sentì una costola muoversi dove non avrebbe dovuto. La vista gli si riempì di bianco.
La spada raschiò contro la pietra.
Quel suono lo riportò indietro.
Garrik si spinse avanti, ansimando.
Le mani gli tremavano.
Quello lo faceva infuriare più del dolore.
Garrik Thorne aveva tenuto una spada ferma con tre dita rotte, combattuto sotto la pioggia con una freccia nella coscia e riso in faccia a uomini molto più grossi e meglio armati di lui.
Eppure adesso aveva paura come un bambino nell’oscurità.
Non quella sana paura che hanno tutti i guerrieri prima di uno scontro.
Questo era panico.
Respira, si ordinò.
Ponte. Canale. Salici. Cavalli.
Non pensare ai morti.
Ponte. Canale. Salici. Cavalli.
Un corpo gli cadde davanti da una finestra.
Piombò sui ciottoli con un colpo molle. Era una donna anziana, forse una delle abitanti rimaste chiuse in casa quando avevano sgomberato il paese per preparare l’agguato. Aveva ancora addosso uno scialle grigio. La testa era piegata di lato, il collo rotto.
Garrik la superò con un balzo.
La vecchia aprì gli occhi.
Gli afferrò lo stivale.
Garrik cadde in avanti e batté il mento sulla pietra. Il sangue gli riempì la bocca.
La vecchia si trascinò verso di lui.
Non gridava e non respirava.
Gli occhi erano lattiginosi, ma le mani lo cercavano con una determinazione oscena.
Garrik scalciò. Il tallone le colpì il naso. Cartilagine e ossa cedettero.
Ma lei non mollò.
«No.»
La parola gli uscì bassa.
Non era un ordine.
Era una supplica.
La vecchia aprì la bocca. Dalle gengive colava sangue nero.
Garrik calò la spada.
Una volta.
Due.
Alla terza le tagliò il polso.
La mano restò attaccata allo stivale.
Lui la strappò via con un ringhio e riprese a correre.
Non guardare indietro.
Il fumo gli bruciava gli occhi e gli riempiva la gola. Dietro di lui lo strascicare continuava, ma ormai non aveva bisogno di voltarsi per sapere cosa lo inseguiva.
Gli tornò addosso un ricordo dell’infanzia: suo nonno che raccontava le storie del Signore Oscuro.
Il Signore Oscuro non si limitava a uccidere.
Quello lo facevano gli uomini.
Prendeva i morti e li rimandava indietro.
Padri contro figli. Fratelli contro sorelle. Soldati contro i compagni con cui avevano diviso il pane il giorno prima.
Quel giorno suo padre gli aveva dato uno schiaffo, tanto forte da scaraventarlo a terra.
«I morti non camminano» aveva urlato. «Sono solo i racconti di un vecchio pazzo.»
Per quarant’anni Garrik gli aveva creduto.
Adesso, le storie di suo nonno avevano cominciato a corrergli dietro.
Il vicolo si aprì su un piccolo cortile interno. Garrik raggiunse il pozzo al centro e vi si appoggiò, piegato in due.
Uno, due, tre respiri.
Non di più.
Come siamo arrivati a tutto questo?
L’incarico doveva essere semplice.
Un soggetto ostile.
Così l’avevano chiamato.
Pericoloso. Instabile. Responsabile di attacchi a nobili e funzionari. Formazione magica avanzata. Motivazioni non pienamente accertate.
Da contenere vivo, se possibile.
Da sopprimere, se necessario.
Garrik aveva letto quelle parole in una stanza privata di una locanda troppo costosa per lui, davanti a un funzionario pallido che profumava di sapone alla lavanda.
«Avrete supporto magico. Dieci maghi di prima classe.»
Garrik aveva alzato un sopracciglio.
«Dieci? Per una persona?»
Il funzionario non aveva sorriso.
Quello avrebbe dovuto bastare.
Dieci maghi di prima classe erano un esercito dentro l’esercito. Potevano aprire una breccia in un fortino o spezzare una compagnia di fanteria pesante. Per un solo ribelle erano decisamente troppi.
E anche la paga era eccessiva.
Garrik aveva capito che stavano nascondendo qualcosa.
Tuttavia aveva accettato l’incarico.
Il denaro facile era sempre stato una delle sue debolezze.
A Valdombra avevano preparato un’esca e svuotato gran parte del paese. Poi avevano aspettato.
La figura era arrivata da sola, avvolta in una cappa scura, il volto nascosto dal cappuccio.
Lothar, al fianco di Garrik, aveva stretto gli occhi.
«Dovrebbe essere una donna» aveva borbottato.
Poi dieci maghi avevano chiuso il cerchio.
Le rune si erano accese sotto i piedi della figura incappucciata. Catene d’oro erano salite dal selciato e le si erano avvolte attorno.
Per un istante era sembrato tutto finito.
Garrik aveva già pensato alla paga, al vino e a Lothar che gli avrebbe chiesto la sua parte prima ancora di pulire la lama.
Poi la figura aveva alzato la testa.
Null’altro.
Solo quello.
E una voce aveva attraversato la piazza.
Profonda. Immensa. Non sembrava uscire da una gola umana.
Garrik non aveva compreso le parole.
Sopra di loro il cielo si era aperto.
Non con luce.
Con il nero più profondo.
Decine di cerchi erano apparsi sospesi sulla piazza, immobili e profondi come pozzi scavati nella notte.
Dai cerchi erano caduti dardi oscuri.
Non fu un’esplosione.
Non fu una battaglia.
Fu un’esecuzione.
I primi a cadere furono i maghi. Gli scudi si accesero, tremarono, cedettero. Poi toccò ai soldati e infine agli uomini di Garrik.
Tutto era accaduto così in fretta che, per alcuni battiti, non aveva nemmeno capito di essere sopravvissuto.
La voce era tornata.
Un secondo annuncio incomprensibile.
Poi uno dei maghi morti si era rialzato e aveva lanciato un dardo di luce contro i propri alleati.
Lì Garrik aveva smesso di cercare spiegazioni.
Aveva ordinato la ritirata e aveva iniziato a correre con tutto il fiato che aveva in corpo.
Un colpo alla porta del cortile lo riportò al presente.
Garrik si voltò.
Un altro colpo.
Poi il legno cedette.
E quello che era stato Lothar si presentò davanti ai suoi occhi.
Il collo era piegato dalla parte sbagliata. La bocca piena di sangue nero. Una mano trascinava una mazza chiodata che non apparteneva a lui.
Lothar non aveva più occhi sufficientemente vivi per riconoscerlo.
Ma veniva verso di lui.
Garrik sentì il cuore precipitare.
No, Lothar.
Non tu.
Lothar era stato con lui dodici anni. Gli aveva salvato la vita a Merga. Gli aveva rubato vino a Cantarossa. Una volta gli aveva impedito di sposare una vedova con tre figli e due coltelli nascosti sotto il cuscino.
Barcollò avanti.
Garrik gli andò incontro con un grido strozzato e lo colpì alla tempia.
La lama affondò.
Non fu sufficiente.
Lothar continuò.
Garrik gli spezzò un ginocchio, lo spinse contro il pozzo e gli piantò la spada nel collo.
Tagliò finché la testa cadde nel secchio vuoto con un tonfo sordo.
Il corpo fece ancora tre passi.
Poi crollò.
Garrik rimase a fissarlo.
Aveva visto uomini morire in ogni modo possibile. Aveva dormito accanto ai cadaveri senza sognarli. Aveva creduto di aver ucciso il bambino che ascoltava le storie di suo nonno.
Non era vero.
Quel bambino era ancora lì.
E adesso urlava.
Garrik uscì dal cortile correndo.
Il ponte era vicino.
Cinquanta passi, forse meno.
Poteva farcela.
Dietro di lui Valdombra bruciava. I morti si muovevano tra le strade, alcuni ancora capaci di usare le armi e la magia che avevano posseduto in vita. Garrik sentiva colpi, esplosioni, urla e incantesimi, ma smise di guardarli.
La sua via di fuga era davanti a lui.
Il ponte.
I salici.
I cavalli.
Restò fermo un battito di cuore di troppo quando udì un rumore alla propria sinistra.
Qualcosa gli piombò addosso.
Era Sella dei Ponti.
O ciò che restava di lei.
Aveva perso entrambe le braccia durante il massacro, ma questo non le impedì di gettarsi su Garrik con il corpo intero, tentando di mordergli la gola.
Lui cadde sulla schiena.
La bocca di Sella si chiuse a un dito dal suo viso.
Denti sporchi.
Occhi vuoti.
«Sella!»
Non sapeva perché l’avesse chiamata.
Forse perché una parte idiota di lui sperava ancora che un nome potesse trattenere qualcosa.
Non servì.
Garrik riuscì a infilare il ginocchio tra loro, la spinse di lato, le afferrò i capelli e le piantò la spada sotto il mento.
La lama uscì dalla sommità del cranio.
Sella si afflosciò.
Garrik la spinse via e si rialzò barcollando.
Il ponte era lì.
Dieci passi.
Forse meno.
Per un istante credette davvero che sarebbe sopravvissuto.
Poi il selciato sotto il suo piede destro si crepò.
Il suono fu piccolo, quasi gentile.
Garrik abbassò lo sguardo.
«No.»
La terra lo trafisse.
Una radice nera esplose dal basso, spessa quanto il polso di un uomo. Entrò sotto le costole, attraversò il fianco sinistro e uscì dal petto con un fiotto caldo.
Garrik restò in piedi.
Il corpo non aveva ancora ricevuto la notizia.
Guardò la radice che gli spuntava dal petto.
Provò a respirare.
Il mondo si spezzò.
Cadde in ginocchio.
«Magia di terra» mormorò.
Fino a quel momento aveva visto cerchi neri, formule oscure e morti che obbedivano.
Aveva creduto, per quanto fosse possibile credere qualcosa in quell’incubo, di avere davanti un praticante di magia oscura.
Invece la terra lo aveva colpito.
Radici.
Vita trasformata in lancia.
Possibile che quella cosa comandasse anche la terra?
La radice si ritrasse.
Garrik cadde di lato. Riuscì a trascinarsi fino al muro di una casa semidistrutta e vi si lasciò scivolare contro.
Solo dieci passi lo separavano dalla fuga.
La morte, pensò, era una puttana con un tetro senso del teatro.
Sputò sangue.
Il polmone sinistro era collassato. Lo sapeva dal suono umido nel petto. Lo aveva sentito troppe volte nel respiro di altri uomini per non riconoscerlo nel proprio. Non aveva cinque minuti.
Forse nemmeno tre.
Valdombra bruciava davanti a lui.
Il terrore, lentamente, cominciò a ritirarsi.
Non perché fosse diventato più coraggioso.
Il coraggio era una faccenda per uomini ancora capaci di scegliere.
Garrik non aveva più scelte.
Così la paura perse i denti e al suo posto arrivò una fredda lucidità.
Non era un ribelle arcano né un soggetto ostile.
Ciò che veniva raccontato nelle storie era diventato realtà.
Il Signore Oscuro prendeva i morti e li scagliava contro i vivi.
Il Signore Oscuro non poteva essere catturato da dieci maghi, quaranta mercenari e un vecchio idiota con la testa piena di promesse.
Garrik guardò il ponte, così vicino da sembrare una presa in giro.
Poi sputò sangue e sorrise.
Ci hanno mandati a catturare il Signore Oscuro.
Che pazzi siamo stati.
Fine dell’estratto
Qui termina l’anteprima. Il resto di questo capitolo sarà disponibile nel romanzo completo.
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